Le mutande del mercato sono le migliori

29 Gennaio 2026

Andare al mercato, infrasettimanale, in tarda mattinata, è uno degli sfizi che mi tolgo non appena mi rintano in provincia.
Attenzione, ho specificato “infrasettimanale”: i mercati del sabato, queste discoteche mattutine pullulanti di cafoni che spintonano, urlano in dialetti mai del posto e si moltiplicano per mitosi, li evito come la peste. Farmi largo nello stretto vialetto creato tra le bancarelle, con un passo troppo veloce per quella mandria di imbecilli che vaga, senza meta, chi alla ricerca della moglie, chi alla ricerca dei genitori, chi alla ricerca del banco dei formaggi, che prima era qua e ora non è più qua, ma come è possibile, l’hanno spostato- forse non c’è- oddio come faremo domani a pranzo senza la toma, il nonno impazzisce senza la toma, no proprio non riesco.

A me piace il mercato del mercoledì mattina, verso le 10, quando si è sfoltito il gruppo vacanze di genitori che, dopo aver lasciato i pargoli a scuola, ciao amore mangia il Tegolino, mi raccomando nello zaino hai l’acquetta, mi raccomando non ripetere le parole che dice il babbo, dopo averli salutati col fazzoletto manco fossero i padri pellegrini sul Mayflower, dopo aver fatto quaranta minuti di conversazione sul nulla lamentandosi delle infrastrutture, delle maestre, degli altri genitori non presenti quel giorno, della guerra Kosovo e della piaga sociale che sono diventate le droghe- dicevo, decidono (questo periodo finirà a breve, tranquilli) di andare a fare un bel giro al mercato.
Io per il mercato aspetto l’onda verde, aspetto che si siano sfoltite le nonne in pensione che alle sette cascasse il mondo stanno già toccando i pomodori, cara dammi un sacchetto che mi servo da me, che hanno -8 diottrie e scambiano la melanzana per le pantofole, e ti passano davanti facendo le finte tonte, ma glielo leggi negli occhi, sanno di essere furbe, sanno che si possono approfittare di tutti, e da un lato hanno ragione: queste hanno vissuto la guerra, la fame, hanno partorito in casa una mandria di mammiferi, senza epidurale, senza ostetrica, con l’amica che ti metteva tra i denti un pezzo di sughero, stringi che è quasi fuori, hanno provveduto tutta la vita a sfamare i mariti, a tenere in ordine la casa, il giardino, il tutto nascondendo due alluci valghi dentro delle strette scarpette col tacco suola rigida che io se le indossassi per mezz’ora chiederei una pausa, un plantare, delle ugg, qualcosa di comodo.

Aspetto che le nonnine uscite col gelo del Minnesota comprino quello che devono, aspetto che l’aria inquinata dai genitori  si sia dileguata, per poi farmi il mio giro, al mio passo- se voglio andare veloce vado veloce, se voglio andare piano vado piano- se voglio fermarmi in una bancarella posso farlo perché non c’è nessun altro oltre a me e Jing, che vede fazzoletti, elastici, foglietti acchiappacolore ed è l’unico in tutto il mercato che, nonostante incassi solo ramini, batta gli scontrini.
Mi faccio il mio giro, se c’è una bancarella di verdura KM0 prendo del cavolo, delle mele, faccio una carezza al contadino che in genere fa sempre tenerezza, con le gote arrossate, lo sguardo buono, nel suo banco non c’è mai nessuno che compri qualcosa.
In ogni mercato c’è il banco più a buon prezzo, quello con più roba. Nel mio paesino è il banco di Jonny, quello dove vanno tutti. Jonny ha cinque inservienti: Jonny, la moglie di Jonny, il figlio di Jonny e altre due persone legate a Jonny. Sono dei cyborg, velocissimi, ti fanno degli sconti ma non capisci mai quello che compri, volevi le pere e torni a casa con un flipper e del prezzemolo. Lì da loro ti conviene comprare quei 5 chili di arance, che sono in offerta, per poi spremertele nel sedile posteriore della macchina e bertele con un imbuto fatto con le mani, perché se aspetti il giorno sono diventati spore di muffa. Io piuttosto che andare nei banchi così, fare la fila senza numerino, scontrarmi con vecchie trasformate in demoni, sgomitare e provare a dire che c’ero io ma vai a capire se c’eri veramente te, ti vengono dei dubbi sulla tua stessa buona fede, piuttosto che comprare la verdura lì mi pianto la verza sul balcone e aspetto il prossimo inverno per mangiare delle fibre.

Ma il mio guilty pleasure al mercato sono i banchi merceria, i banchi che vendono l’intimo, che hanno boxer modellanti contenitivi, che hanno le canottiere di lana con l’orletto ricamato. Perché è lì che trovo le migliori mutande. Basta, l’ho detto. Sì, sono pronta a confermarlo con una mano sulla costituzione: le migliori mutande le compri al mercato. Altro che tezenis e vari, la mia generazione si è fatta abbindolare dai negozi di città, le catene di intimo, che ci hanno abituate a mutande xs in pizzo, brasiliane con l’elastico che ti taglia l’interno coscia, sanguini, hai le croste, ma se bella vuoi apparire un poco hai da soffrire, io mai un uomo, mai un ragazzo che abbia notato le mie mutande, mai uno che abbia detto No vabbè, sta retina davanti con il brillantino INCREDIBILE AMO, quelli non distinguono una mutanda da uno scolapasta.

Sdoganiamo una volta per tutte le mutande del mercato: io le compro di una taglia più grande, belle comode, è come non averle, non ti tagliano a bordo coscia, non stringono, non lasciano il segno. Sono morbide, vellutate come una nuvola, il cotone degli angeli, indossarle è come addentare un dolce napoletano gonfio di panna. Le indossi e le tua giornata può finire lì, ti fai un tè, scrivi su un moleskine con una stilografica, cose così.
E in quei banchi trovi anche i top in microfibra che ti tengono su, non hanno il ferretto e non schiacciano, che li compri e corri davanti alla nazionale dei ginecologi, e con una mano ti battono il cinque con l’altra ti palpano una tetta.

E poi dopo che ho comprato le mie due cagate al mercato, me ne torno a casa, con lo sguardo sprezzante della gioventù, sta finta superiorità di credere di stare sempre nel giusto, senza la consapevolezza che è una fase, e che un bel giorno mi ritroverò davanti a Jonny dopo che ho portato mio figlio a scuola, e parlerò male della mensa, dammi un sacchetto cara mi servo da sola, e mi volterò e mi vedrò vecchia, con le Riposella Mocassini Confrot, le vene varicose, mentre adocchio tutte le prede a cui passare davanti.
E farò lo sguardo da nonnina, con un bel sorriso al polident, mi farò l’occhiolino e mi passerò davanti.

Altea Bonatesta

Altea Bonatesta

Altea Bonatesta, classe 96, nasce, cresce e corre nelle ridenti campagne piemontesi. Dopo essersi laureata in ingegneria aerospaziale, decide che la stabilità di un lavoro pagato e indeterminato non fa per lei, per cui si trasferisce nella, ridente anch’essa, Bologna per studiare teatro.
Si occupa di attività che le fruttano molto danaro, come scrivere, recitare e tenersi aggiornata sul meteo.
D’altronde, cos’è la vita senza quel brivido che solo la precarietà può dare?

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