Montmartre. La piazzetta pullula di artisti, tempere e sudore.
Su una tela, tavolini di un cafè sono materia e colore. Gli stessi tavolini si svelano, ai turisti che cascano all’imboscata, troppo piccoli per poterci appoggiare bicchiere e avambraccio insieme. Se ci fai aperitivo, il piattino con le olive lo devi appoggiare sulla testa di una piccola donna africana – in Francia, si sa, sono più abituati di noi.
Le mani bianche e paffute di una turista lasciano 60 euro a un vecchino tutto rughe e furbizia che arrotola un poster e glielo imbusta, col sorriso falso di chi odia tutti ma ama i soldi.
Allo stesso angolo, un vignettista traccia la caricatura di una famiglia, americani direi dalle caviglie traboccanti grasso della madre e dal fucile a canna mozza che esce dal giubbino del padre. Nel loro salotto, pochi mesi più tardi, mostreranno a tutti i loro amici- la famiglia che abita di fianco a loro- il foglio appeso alla parete e rideranno ah ah ah della mascella così larga di lei, ah ah ah dei baffi così lunghi di lui, mentre la loro unica figlia, macrocefala, sorriderà a forza nello scoprirsi veramente troppo simile al disegno.
Nei tavolini di cui sopra delle turiste russe scottate dal sole sorseggiano bollicine mentre ai loro piedi dei cani travestiti da gamberi si trusciano sulle piume delle loro ciabatte.
Mi piace dare un’occhiata a quell’inferno, per poi allontanarmi nelle vie più tranquille che ridiscendono, locali e silenziose.
L’aria fresca di Parigi svincola tra le salite e arriva a spifferi inaspettati in questo agosto.
Agosto che mai ti avrei creduto così mite, così ragionevole con noi, fresco e addirittura velato.
Il mio compagno e sua figlia mi vogliono portare in questo ristorantino, adorabile dicono, stupendo, si mangia benissimo, le lumache e il patè, me ne parlavano da tempo- se devo essere totalmente sincera anche più del necessario- ma comunque non vedo l’ora dai.
All’angolo tra rue de Culculcul e rue de Gnamgnamgnam si staglia lui, il fatidico ristorantino di cui QUALCHE VOLTA mi avevano parlato.
È raffinato, il menù esposto non ha foto, non è plastificato, ha pochi piatti, scritti unicamente in francese- fanno fatica a parlare solo il francese, ma a volte capita.
Ci accoglie la padrona, questa donna francese con lunghi capelli bianchi in piega e un profumo appena percettibile che sa di notti di sesso e seduzione.
Si ricordava di loro, saluta il mio fidanzato, Carissimo tchao! Tchao!, e lo bacia e lo abbraccia, poi vede la bambina, maccòme ti sei fatta bela, maccòme ti sei fatta grrande, e la bacia e la abbraccia, se la stritola al petto, se la riguarda, se la ristritola- con un affetto calcolato, distaccata. Parla uno poco di italiano, per via delle sue lontane radici ispaniche.
Mi guarda. Io contenta di entrare in questa loro piccola famiglia le sorrido incauta troppo amorevole, lei sorride al mio compagno, sorride alla figlia del mio compagno, attenta a non esser vista da nessuno mi guarda fredda, come un rapace pronto a stritolare il suo vermicello, con un velo di altezzosità e poi schifo, come se stesse guardando una scarpa senza suola galleggiare su un fiume.
Poi mi sorride, finta, davanti a tutti mentre ci accompagna al tavolo scuotendo il seno prosperoso, un po’ più sbottonato di prima.
È seguita da un cameriere segugio, degno servitore del padrone, capello biondo a spazzola, mento da rana, occhiale da topo, vestito come il vecchio nobile degli Aristogatti, con le bretelle e la barbetta da capra, che ci fa sedere al tavolo, abbassando la testa in segno di rispetto e risucchiando l’energia vitale dai nostri giovani cuori.
Devo dire, i piatti erano sensazionali.
Il fois gras si scioglieva in bocca, era preparato da loro- probabilmente ingozzando le vergini coltivate in giardino.
Le lumache, croccanti e succose, quando venivano inforchettate lanciavano tenui guaiti che si perdevano nei fumi dell’olio.
Il mio boeuf bourguignon era la carne più tenera che avessi mai mangiato. Forse apparteneva alla coscia della malcapitata su quella sedia prima di me.
Quanti uomini caduti nella sua trappola, quante famiglie distrutte da lei, Circe, maga incantatrice dalle grosse tette.
Gustavo la carne ad occhi chiusi mentre una lacrima rigava il mio giovane volto.
Oh lenta fine, così lieve, così sapida.
Braccio della morte, tenaglia crudele.
A piatti finiti e scarpettati noto, con una lieve punta di stupore che il cameriere è una donna. Oh vita, così crudele, non solo con me.
Ora, scherzi a parte, questo racconto volontariamente esagerato è niente rispetto a quello che accadde realmente col dolce.
Il mio compagno prende un babà- come ogni uomo, fa almeno tre scelte stupide ogni giorno- la bambina prende una crème brûlée e io la mousse au chocolat.
Il piatto del babà è di ceramica dipinta a mano, con degli intarsi, sembra, in oro; il tappo di pandispagna è lucido e poroso, risplende sotto gli occhi di tutti gli altri tavoli, invidiosi di essere ancora al secondo. La proprietaria arriva con una bottiglia del rum più pregiato di tutto il ducato e lo versa, come in un’antica cerimonia del the, sulla dolce spugna, che si gonfia e si inzuppa in un orgasmo sonoro degli astanti.
La crème brûlée arriva servita in questo triplo servizio di terracotta, tovaglioni di pizzo evitano che i piatti sfreghino tra loro; la tensione superficiale dell’uovo erompe sulla crosta di zucchero bruciata a fiamma viva davanti a tutti dalla cameriere segugio che, con gli occhiali da saldatore e una piccola fiamma ossidrica, crea un piccolo spettacolino di fuoco unicamente per la bambina.
Manco solo io. La proprietaria arriva con una ciotola, direttamente dalla cucina, ci ficca un cucchiaio dentro e mi sbatte, con disprezzo, su un piattino bianco sbeccato, una mestolata del mio dolce, la mousse au chocolat.
L’effetto è quello di un qualcosa che stava per cadere, scivolando in giù, ma viene, per qualche motivo, salvato all’ultimo.
Per la precisione, l’effetto è proprio quello della merda.
Tutti che ridono. Sì sì, ridete.
Ridete, prendetemi in giro.
Ah ah ah. Che ridere.
Mangiatevi i vostri dolci del cazzo nei vostri piatti del cazzo.
Sapete chi a fine serata ha riso fortissimo? Io, mentre il mio compagno pagava il conto più salato da quando ci conosciamo.