MADDALONA

28 Gennaio 2025

Maddalona era una ragazza di campagna, una di quelle che hanno sempre le gote arrossate.
Gote rosse d’inverno, per il vento freddo che tira in mezzo ai campi.
Gote rosse d’estate, per il duro lavoro sotto il sole cocente.
Gote rosse nelle mezze stagioni perché non appena aveva un attimo di pausa, tra una mietitura e l’altra, scendeva dal trattore, si puliva alla bell’e meglio la mano sinistra sul giubbino, se la infilava nei pantaloni e si toccava con foga.
Con la mano sinistra, non perché fosse mancina ma perché aveva letto che se ti sforzi di usare il lato debole, il tuo cervello sviluppa nuove connessioni neuronali – e lei ben sapeva di averne bisogno.
Sia ben chiaro: la mano non se la infilava direttamente nelle mutande. Passandosela sul giubbino toglieva, sì, il primo strato di terra e merda di vacca ma la mano rimaneva polverosa e non voleva certo rischiare che le venisse un’infezione o la cistite o la febbre da fieno o il fuoco di sant’antonio o la tendinite o l’alluce valgo, i denti storti, lo strabismo di venere, la colite, il daltonismo o un tumore.
Insomma meglio non rischiare.

No, la mano se la infilava tra la mutanda numero 1 e la mutanda numero 2. 

La mutanda numero 2 serviva per dare una mano alla mutanda numero 1 perché Maddalona era una contadina, diciamo, “formosa”.

Attenzione: non strabordante di adipe colante, non una botte lardosa, non una palla di ciccia molle, no: il grasso le si era rassodato col duro lavoro nei campi e ora era una ragazza grassottella sì, ma soda, come un bell’ovetto.
Se le toccavi un braccio o la pancia le dita non ci affondavano dentro; era piuttosto la consistenza dei würstel.

Anche le sue colleghe contadine erano belle pienotte e proprio pochi mesi prima avevano fatto una rivolta perché erano stufe di essere chiamate “Bella e grassa vacca da monta”.
Imbracciando i forconi, tenendo una tetta fuori e inneggiando alla libertà in francese fecero sciopero delle caviglie scoperte verso Michele il sordo, il contadino di fondo valle, e Giovannaccio, il padre di Michele il sordo- gli unici uomini con cui avessero a che fare (i loro padri erano morti e il prete della valle si identificava come “she/her” e gli piaceva- pardon “le piaceva”- il cazzo).
Tuttavia l’unica parola che conoscevano in francese e che quindi urlavano era “JAMBON”, ovvero “prosciutto”.
Però è anche vero che le rivoluzioni si fanno per piccoli passi e che da qualche parte dovevano pur iniziare.
Michele il sordo e Giovannaccio alla fine cedettero- non ne potevano più di vedere quelle belle caviglie coperte da calzettoni di lana- e iniziarono a chiamarle anziché “Belle e grasse vacche da monta”, “gentili mucche” o “cordialissime zoccole”.

C’è da dire che quei due zoticoni non avevano molta scelta perché non c’era alternativa: non esistevano contadine magre.
Erano tutte belle pienotte, vuoi per i muscoli, vuoi perché amavano a dismisura la pasta fritta nello strutto.
I cetrioli li coltivavano, ma nessuna di loro sapeva bene che gusto avessero: li usavano per altro (rumore occhiolino: “klink”).

Le stagioni passavano, Maddalona cresceva, e un giorno, aiutata da un potente preciclo, disse: “Domani pomeriggio vado in città”.
Le sue amiche, impaurite, iniziarono a urlarle: “Ma no, ma cosa vai a fare in città, là ci sono le macchine, non ci sono le mucche e gli uomini per strada di sera ti molestano”.
Maddalona si tolse la mano sinistra dai pantaloni, le guardò con vergogna e si zittì.
Dentro di sè sapeva che era sbagliato il concetto di “molestia”, però in fondo, l’idea di un fischio per strana, o uno che si girava e diceva “Che belle poppe Maddalona” le faceva anche piacere.

In tutta la sua vita le uniche avances le erano arrivate da Michele il sordo che, essendo appunto sordo non si capiva mai benissimo quello che diceva, e da Giovannaccio, suo padre.
Giovannaccio almeno si capiva ma era troppo vecchio e troppo scorbutico perché il cuore di Maddalona potesse battere per lui.

Ci pensò su tutta la notte: le avrebbe fatto piacere una pacca sul culo da uno sconosciuto, però se questo fosse stato un laido? O una persona sporca? O un maleducato? O uno che dice più parolacce del necessario? Uno che poi non le avrebbe dato tutta la pasta fritta nello strutto di cui aveva bisogno?
Se oltre alla pacca sul culo, dopo un risolino malizioso ma contenuto di Maddalona, l’avesse portata di forza in un vicolo buio con la peggiore delle intenzioni?.
“Cosa faccio” si disse “se lui vorrà andare oltre, e mi leverà mutanda numero 2 e poi mutanda numero 1?”
“Gli posso tirare un pugno”- continuò- “forza ne ho: sollevo la mia mucca a mani nude… ma se lui è più grosso di me?”
Le pensò tutte: le dita negli occhi, il ginocchio nelle palle, una testata in fronte, il solletico sotto le ascelle.
Poi di colpo si ricordò la filastrocca che la sua mamma le raccontava prima di dormire:

“Bella bella mia bambina
Tu ti svegli domattina
Ogni giorno un po’ più grande
Fa più caldo nelle mutande

Cresci bene cresci in fretta

Una terza è la tua tetta

È usanza tra le donne

Alzar con pressa quelle gonne

E se lui ti viene in bocca

Tu trangugia quella sbobba

No lamenti no piantini

E ricorda: NO BACINI

RIT
No lamenti no piantini

E ricorda: NO BACINI
“

Maddalena era maliziosa e conosceva bene la pratica in voga di ricevere nella propria bocca la linfa dell’uomo: sapeva che abbeverarsi era prassi comune.
E dalla filastrocca aveva imparato che gli uomini schifano il contatto col proprio liquido seminale.

Mai, per esempio, si sognerebbero di assaggiarlo, o mangiarlo.

“Forse qualcuno l’avrà anche assaggiato”- pensò- “ma di sicuro non se l’è tenuto in bocca come ti tieni in bocca un bel tocco di lardo per sentirne a lungo il sapore.”
Continuò a riflettere “…non vogliono che li baci”.
E in quel momento l’illuminazione, la soluzione per sfuggire a tutte le molestie: “Se mi mette spalle al muro con la peggiore delle intenzioni, io gli urlo MI HANNO APPENA SBORRATO IN BOCCA, quello scappa a gambe levate e si chiude in convento.”

Maddalona in fondo, non era così stupida.

Altea Bonatesta

Altea Bonatesta

Altea Bonatesta, classe 96, nasce, cresce e corre nelle ridenti campagne piemontesi. Dopo essersi laureata in ingegneria aerospaziale, decide che la stabilità di un lavoro pagato e indeterminato non fa per lei, per cui si trasferisce nella, ridente anch’essa, Bologna per studiare teatro.
Si occupa di attività che le fruttano molto danaro, come scrivere, recitare e tenersi aggiornata sul meteo.
D’altronde, cos’è la vita senza quel brivido che solo la precarietà può dare?

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