Sull’impossibilità di scrivere un Diario

19 Ottobre 2023

Caro Diario

(mi hanno detto che si usa così, fosse per me terrei un rapporto meno intimo e invadente, sono piemontese, di mio userei un “Cordiale pagina” o un “Alla gentile attenzione del foglio bianco”. Il mio è un “Caro Diario” così, di benvenuto, en passant, un incipit come tanti altri, non ti ci affezionare e soprattutto non credere, solo perché siamo in Italia, in un rapporto preferenziale che io dovrei tenere con te.)
Questa è la prima e ultima volta che ti do vita; sì, e non frignare, non fare la meretrice capricciosa che tanto sono irremovibile.

E non perché tu mi stia antipatico, anzi, ma sai come si dice in questi casi: “il problema sono io, non sei tu”.

Facciamo una prova, così mi spiego:

“Caro Diario

Stamattina a colazione mi sono mangiata il pane di segale con miele, banane, yogurt e noci; mi scordo spesso quanto porcoddue siano buone le banane, sono proprio buone, potrebbero quasi essere il mio frutto preferito se non fosse che già se la contendono i mirtilli, le fragole, le mele (gialle, per carità di Dio, non di altri colori) e il cocco. Come vedi già troppi contendenti. E anche l’ananas, mi stavo scordando, e i kiwi. Anche se con l’ananas poi la lingua mi si brucia. Comunque ti chiederai, ma da dove l’hai tirata fuori la banana? Allora la banana, che in realtà sono tre banane, me l’hanno data in un bar in chiusura; avevano tante banane, già mezze nere, e me ne hanno regalate ben tre! Quindi con questo gesto generoso ho dovuto variare la mia colazione standard base per almeno tre giorni, utilizzando al posto dei miei amati kiwi mattutini la banana. Ma d’altronde, quanto fa bene cambiare le proprie abitudini! Dopo il bar ho incontrato Nathan, avevo tre banane, e mi sono sentita- come gesto di gentilezza- di offrirgliene una; poi, col fatto che lui è nero, ho pensato che magari poteva sembrare un insulto, o un gesto razzista, e allora ho iniziato a farmi venire le paranoie e sono stata in ansia fino al pranzo, perché io quando gli ho offerto la banana l’ho fatto perché ne avevo tre, non per scherno o per ferirlo. Comunque la banana l’ha presa.
Poi dopo colazione sono andata in bagno ed è successa una cosa che mi capitava spesso da piccola quando mi guardavo allo specchio: mi sono fissata, per un po’, cercando di focalizzarmi sul fatto che quell’immagine che vedevo fossi veramente io. Cioè, proprio io, io che penso, io “Altea”, che sono al centro del mio mondo, io ero quell’immagine riflessa, io ero così come mi vedevo.

Quando succede che poi riesci a capire che la persona che stai guardando sei intimamente tu, è come se si schiudesse qualcosa, una nitidezza inaspettata, di pochi istanti.
E in genere, da piccola, quando mi succedeva, sentivo come se stessi sprofondando in un abisso, come quando hai la febbre alta e hai le allucinazioni e percepisci le misure in maniera sfalsata: di colpo una testa inizia a ingrandirsi -attenzione, non è uno stimolo visivo ma puramente immaginativo e sensoriale- o un suono, pur restando uguale, si amplifica entrandoti negli occhi come un incubo. Stimoli che esponenzialmente formano un labirinto senza uscita nella tua testa il tempo di un respiro, di mezzo secondo e poi ritorni presente.
Ecco mi capitava questo quando da piccola mi guardavo troppo attentamente allo specchio; era come se entrassi per una frazione di secondo in me stessa e mi facesse paura vedermi come una persona, come della carne. E di lì, subito, il pensiero della morte. E iniziavo a piangere; piangevo dalla paura, una paura isterica e ancestrale, prima da sola, poi da mia mamma che mi chiedeva: “Perché piangi?”. E io, vergognandomi -perché una bambina non deve far vedere ai propri genitori che pensa alla morte- dopo un po’ le dicevo: “Non voglio che tu e papà moriate” – sottintendendo il “non voglio morire”.

Vedi Diario? Il racconto della mia mattina è appena iniziato e ho già scritto una paginetta buona; quanto tempo mi ci andrebbe per raccontare tutto? Se per raccontare 3 minuti ne impiego 30, capisci che portare a termine un diario diventa per me un paradosso.
Ipotizziamo che io oggi decida di iniziare a scriverti, Diario: innanzitutto mi sentirei mancante se non scrivessi di tutto quello che non ho mai scritto fino ad ora, sarebbero 27 anni- e 27 anni da raccontare sono TANTI. Ma poniamo che io decida di fare un riassunto, dettagliato il giusto, sacrificando parte di fatti-persone-relazioni-stati d’animo e soffermandomi solo sull’essenziale, e poniamo che io mi chiuda in casa per scrivere: in un annetto probabilmente ce la farei.
E se, finito quell’anno, io fossi in pari con te, Diario, se ricominciassimo da zero, e decidessi di scriverti quotidianamente, capisci bene che quel rapporto 3:30 di cui prima (3:30 che diventa 3/3:30/3 ovvero una classicissima scala 1:10) diventerebbe insostenibile: io impiegherei più tempo a scrivere che a vivere. Per un’ora di vita, dieci di scrittura; sinceramente, non so se me la sento.

Perchè io sono una che le cose o le fa per bene o non le fa proprio (affermazione di gran lunga erronea, perché a pensarci bene sono proprio il contrario: faccio spesso le cose così così, un po’ alla buona, di solito bene, anzi perfette la prima volta, e poi le volte dopo una merda, superficiali da fare schifo).

Quindi anzi, probabilmente inizierei a scriverti, Diario, ti scriverei benissimo per due, tre giorni, spariamola grossa, per una settimana, e poi mi dimenticherei di te e finiresti insieme all’ “Album schizzi” con dentro un disegno brutto di un cavallo e un cane a metà, al “Quaderno da comodino” con tre sogni scritti (e anche molto male, forse perché avevo seguito il consiglio di scriverli ancora ad occhi chiusi), al mio “Quadernetto di aforismi” (non sono capace a scriverli, suonano super retorici, e poi comunque non ho il carisma del leader) , al “Quadernetto di frasi e conversazioni avute con gli anziani” (idea molto carina ma ci andava troppo impegno e poi dovevo averla sempre con me e l’avevo scordata proprio il giorno di quella conversazione sugli ufo e Patrick Zaki tra due teneri signori bolognesi in coda alla Coop) , all’ “Agenda 2023” (ho iniziato a usare Google Calendar esattamente il giorno dopo aver speso 23 euro per un’agenda radical chic dal Libraccio), all’”Agenda del ciclo”, al ”Blocco note con idee e spunti per racconti”, al “Quaderno delle poesie” eccetera eccetera eccetera.

Ti sei già annoiato vero, Diario?

O forse è proprio questo il tuo scopo? Annoiarti? Prenderti la noia delle persone, mangiartela e aspettare che qualcuno ti dimentichi, finalmente, tra un “Quaderno di ricette light” e un “Blocco note con parole desuete e il loro significato”.

(Il discorso di prima non finiva lì, sia ben chiaro, continuava, perché poi veniva un secondo problema: una volta scritto, un Diario, è bello anche poi rileggerlo dopo anni, riscoprire parti di sé che si erano sotterrate, fare “Ah ahh” rileggendo un episodio scordato. E ci va tempo per leggere; e se io per leggere un episodio di, mettiamo caso, un minuto, ce ne metto dieci, ci ritroviamo davanti al famoso rapporto 1:10 di cui sopra.

E poi, sorge la domanda: ti dovrei scrivere influenzata dal fatto che qualcuno potrebbe leggerti o no? Ti dovrei usare come futura possibile pubblicazione Einaudi o come pattume e sfogo dei pensieri malati? E se poi qualcuno, quei pensieri malati, li leggesse potrebbe denunciarmi? E se io morissi in un incidente o uccisa, e quei pensieri malati venissero letti da mia madre o dagli inquirenti? Finirei per venire ricordata come una persona orribile? Una depravata agli occhi dei miei genitori? Finirei per depistare le indagini e il mio killer la scamperebbe liscia? E se io morissi in un incidente o uccisa, e a trovare il mio Diario fosse un editore di Einaudi? Diventerei la protagonista di una Docuserie, tra i consigliati insieme a Wanna Marchi e Manuela Orlandi?)

No, scriverti non rientra proprio nelle logiche di mercato.

Caro Diario
Mangiami e dimenticami

Sempre tua
Altea

Altea Bonatesta

Altea Bonatesta

Altea Bonatesta, classe 96, nasce, cresce e corre nelle ridenti campagne piemontesi. Dopo essersi laureata in ingegneria aerospaziale, decide che la stabilità di un lavoro pagato e indeterminato non fa per lei, per cui si trasferisce nella, ridente anch’essa, Bologna per studiare teatro.
Si occupa di attività che le fruttano molto danaro, come scrivere, recitare e tenersi aggiornata sul meteo.
D’altronde, cos’è la vita senza quel brivido che solo la precarietà può dare?

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