Ciao Petunia
Lo so che sei un banano nano, e scusami se continuo a chiamarti così.
Però per me sei e sarai sempre una petunia: con dei luminosi fiorellini fuxia, un portamento ricadente da balcone e da annaffiare a giorni alterni.
Forse per quello che nell’ultimo periodo i tuoi fusti si sono ingialliti e apparivi priva di vigore: il banano, ora che ci penso, deve essere bagnato molto meno.
Ti scrivo per sapere come stai.
So che molto probabilmente non leggerai queste mie parole- sei troppo basso per arrivare alla buca delle lettere e poi comunque non sai leggere- però spero che i nostri vicini possano non farsi i cavoli loro e aprire, per curiosità, la lettera.
(Per i vicini: se passa un tale Giacomo della autolettuta gas dite che ho cambiato casa. Il cioccolato, se lo volete, poi rimettetelo in frigo e non fate caso al portascarpe a forma di svastica appeso in corridoio.)
Petunia, io ho dovuto fare le vacanze, mi capisci?! Io ho provato a dir loro “no voglio lavorare, mi fa schifo riposarmi al mare” ma sono stata obbligata a prendermi le ferie! E, puoi ben capirmi, in spiaggia e hotel puoi portarci i bambini, i cani, gli anziani, i palloni, puoi addirittura appoggiarci un monopattino elettrico o un palestrato muto, ma non si è mai visto di una pianta portata con sè durante il risposo estivo, sarei passata per pazza.
E non ritirare fuori il “però Paolo te lo sei portato” perché sai bene che non riesco a dormire senza il mio peluche di panda scala 1:1. Inoltre lui, a differenza tua, non necessita cure eccessive e si fa andare bene anche la sottomarca Eurospin dei crocchi al salmone- che te continui a non voler mangiare.
Spero che lo spiraglio di luce che ho lasciato ti colpisca.
In caso negativo, confido nel tuo stoico ed epicureista approccio al dolore; non moriamo mai del tutto, ci trasformiamo in altro.
Te per la precisione diventerai del compost.
Scusami se non ti ho lasciato dei fumetti ma li ho usati tutti per del decoupage- fatto, col senno di poi, anche abbastanza male. Ma comunque al buio non saresti riuscita a leggerli (e poi quel -1,25 dall’occhio sinistro ti frega sempre).
Torno presto mia cara Petunia; centellina l’acqua che ti rimane perché in Liguria ho preso dei buonissimi biscottini alla curcuma e un pesto ai carciofi che devi assolutamente provare.
(OT: ma per caso, il fatto che io ti tratti al femminile pur essendo tu un banano nano, ti urta più del dovuto? Io ho sempre pensato che voi piante foste al di sopra di queste semplificative distinzioni che a noi piacciono tanto, però capisco se mi dici “chiamami pure Petunia però usa il maschile”. Allora ti direi, cara Petunia, che sei un ottimo amico con cui parlare liberamente.)
Non farti prendere in giro dalle piante sugli altri balconi, la troppa clorofilla dà loro alla testa.
(Sai cosa penso sul concetto di libertà e non intendo intavolare ora la discussione sugli effetti collaterali che ne derivano).
Petunia, ti scrivo in realtà non per sapere come stai- stai male lo so- ma per chiederti scusa per come ti ho trattato, per la poca attenzione, la poca cura e nonchalance con cui ho fatto finta che andasse tutto bene.
Perché quando ci rendiamo conto che le cose stanno andando a rotoli non facciamo qualcosa per cambiarle? Sarebbe bastato pochissimo: lasciarti ai vicini o portarti dalla mia amica cassiera della Lidl- loro non hanno ferie, avrebbe potuto bagnarti e tenerti in luce tutti i giorni.
E invece no: per il piccolo fastidio che mi sarebbe costato suonare la porta di fianco alla mia e scambiare quel minuto, minuto e mezzo, di convenevoli e faticosa conversazione, oppure chiamare la mia amica e spiegarle che sarei passata a lasciarle una pianta, niente di più, ma poi sai come vanno le cose, fermati per un caffè, e fai due chiacchiere, e da lì a finire sotto le coperte è un attimo, mi conosci. Dicevo, piuttosto che sacrificare due minuti in qualche interazione forzata, ho preferito far finta che non ci fossero alternative al lasciarti in casa mia, con poca aria intasata dal pulviscolo che in controluce si vede chiaramente e che non ci puoi fare niente se non cercare di guardare il meno possibile in controluce.
Tu non sei altro che la cartina tornasole della mia anima, Petunia, e se le tue foglie sono appassite credo che insieme alla tua terra dovrei innaffiare i miei occhi, o la mia testa.
Ma tanto non leggerai neanche queste mie scuse, sei troppo basso e poi, non sai leggere.
Ti scrivo quindi più per me che per te.
Vedi: un’ulteriore prova del mio costante bisogno di appacificare la mia coscienza.
Torno presto Petunia, l’inverno è alle porte.
Tua
Altea