*Il testo seguente è stato scartato per il Premio Mattia Torre 2025. Secondo me doveva vincere.
Parlando di iceberg, non tutte le tragedie avvengono per mare.
Luglio, stabilimento balneare.
I bagnanti: esseri privati dell’unica cosa che lascia loro un briciolo di dignità, i vestiti.
I bambini: ammassi di energia il cui unico scopo è perdersi, toccare, cagare.
I genitori: nugoli di cellule in costante decadenza che farfugliano formule sciamaniche come “la crema!”, “no no no!” e “comunque secondo me Mussolini alla fine”.
Il pigro movimento dei loro pensieri è la principale causa dell’ineluttabile aumento di entropia dell’universo e di alcune forme di micosi.
Sul lungomare orde di nonni con camicie da salesiano leccano i loro bastoni scambiandoli per calippi e al mercato vecchie signore comprano costumi leopardati e rossetti aranciati PER LE LORO NIPOTI, dicono.
Nell’aria persistono ritmi spagnoli, si abbassano e poi, quando sembrano sparire, un altro diffusore li raccoglie e li perpetua e così per tutto il litorale.
Ritmi spagnoli, causa originale di molteplici omicidi in tutti i paesi del mondo tranne uno: la Spagna.
In montagna invece la vita scorre leggera, dimentica dell’afa e dei rumori del mondo. Il vento fresco allevia la sferza del sole e con le nuvole del mezzogiorno ci si trova addirittura costretti a coprirsi. I pascoli scampanacciano lontani e salendo sui sentieri si sente solo il fiato della propria fatica. Lo zaino pesante bagna la schiena, ma è un sudore leggero, che evapora alla prima sosta.
L’erba a ciuffi si piega sotto l’aria padrona e risalta di un colore vivo, autentico.
I rododendri spruzzano colore nelle istantanee fugaci che il camminatore si concede alzando lo sguardo. Occhi ottusi scoprono la forza del mondo quando, arrivati al rifugio, le montagne lontane si mostrano per la prima volta.
E quando arrivi al rifugio ti prendi un bel tagliere.
I taglieri, molto buoni.
Molto buoni se mangiati una, due, tre volte massimo.
Molto buoni se intervallati ad alimenti che, se spremuti forte, facciano uscire qualche goccia di acqua.
Se a colazione hai ingerito dello speck e la sera prima del lardo, il tuo corpo inizia a chiedere della verdura a foglia verde o, perlomeno, un po’ di comprensione.
La scorsa estate, dopo cinque giorni di camminate montane, il mio sangue era completamente solidificato in strutto. Il mio orifizio più chiacchierato non svolgeva l’abituale funzione da tempo immemore: la montagna ancora non aveva ricevuto miei doni segreti.
I percorsi sono faticosi, faticosi il doppio se ti trovi a portare un secondo zaino dentro di te.
Quel pomeriggio, arrivata al rifugio vidi una luce e una voce echeggiò dentro di me.
È l’ora.
Con immenso rammarico scoprii che il bagno era una turca: Stige maledetto, lago di perdizione, triste abisso in cui specchiandoti vedi riflessa tutta la tua frustrazione.
Un’unica turca.
Un’unica turca chiusa da una porta di plastica ondulata.
“Chiusa”, penso che tecnicamente si dica appoggiata.
Ancora più tecnicamente, appoggiata a quella buona donna della madre del proprietario del rifugio.
Prerogativa delle plastiche e –chi l’avrebbe mai detto- anche delle plastiche ondulate è essere trasparenti.
Trasparenti abbastanza da scorgere distintamente la punta del prepuzio del malcapitato prima di me.
Trasparenti abbastanza da immaginare una fila di gente gonfia di urina ammirare un corpo accovacciato, il mio, da cui sbucavano due occhi strabuzzati gonfi di lacrime e diretti verso l’alto, in un’ultima preghiera.
Davanti alla turca, una tendina di tela cerata copriva un lavandino e una piccola doccetta in cui potevi chiuderti e darti fuoco.
Era quasi più riservato cagare nel lavandino e, col senno del poi, non sarebbe stata una mossa così stupida.
Sentii un pugno dentro le viscere: la mia Lady di Ferro sgomitava negli incavi dell’intestino e sbraitava guaiti incomprensibili che si traducevano, agli orecchi umani, in tenui brontolii.
Una gocciolina di sudore mi rigò la tempia. Sorrisi al signore che usciva dal bagno. Era il sorriso del capitano a cui sta affondando la nave ma che brinda a favore di camera, “Qui alle Tortugas usiamo così!”.
Entrai nella turca, mi accovacciai e iniziai la lunga e delicata cerimonia zen: la mia merda è timida, in quel momento anche marmorea, serviva un avanti e indietro costante, un metti la cera togli la cera. Un piccolo Aldo Montano nel mio buco del culo- passettino avanti, passettino indietro- sciabolava fiducioso.
Sulle mie gambe, già doloranti per le salite, crebbero due piccole mammelle di servizio dalle quali potevo mungere acido lattico e bermelo, nella speranza di intossicarmi e morire.
Durante questo rosario di dolore e speranza, entrarono in bagno due signori e si misero in coda, ad aspettare. Aspettavano fissando la porta di plastica ondulata, pardon, la porta TRASPARENTE di plastica ondulata dietro alla quale c’ero io con i pantaloni abbassati. Mi immaginai che forma avesse la mia figura sfocata chinata a cagare: come una nuvola, prima un elefante, poi un serpente, poi… poi… poi proprio io, nitida, una ragazza che caga.
Una morte violenta e dolorosa: tutto ciò che mi augurai per loro.
Spinsi fortissimo, credendo di poter finalmente gridare “Uomo in mare!” ma scoprii, con sorpresa e imbarazzo, che la scialuppa di salvataggio, già protesa verso le serene acque, era ben legata al resto della nave; un piccolo pezzo era fuori ma rimaneva bloccato da tutto il rancore solidificato all’interno, la cosiddetta merda a iceberg.
Mi ritrovai nella classica situazione in cui non potevo, cito, nè scendere nè salire.
Lascio il beneficio del dubbio riguardo il finale di questa storia, tanto nessuno si ricorda mai i finali.
Nel mio finale ho potuto ripercorrere tutta la filmografia di Kubrik.
Epico, tragico, a tratti sentimentale, poi horror, poi di colpo comico.
Ricordo un monolite, una parete squarciata e, alla fine, la bomba atomica.