Come (non) affrontare un cammino

5 Agosto 2023

Fare un cammino è abbastanza semplice e intuitivo: basta avere una meta e arrivarci camminando. Due semplicissime azioni che, tutto sommato, non necessitano poi di tanta preparazione; giusto qualche accorgimento qua e là e il gioco è pressoché fatto.

Per quanto riguarda l’avere una meta le cose da dire sono ben poche e, a meno che non si soffra di indecisione patologica, una volta scelta la città, il santuario o la vetta, quella rimane. 
Sul secondo punto, ovvero l’arrivarci camminando, qualche parolina in più andrà spesa.
Camminare è un’azione a cui si è talmente abituati che ci si scorda quanti muscoli, tendini e legamenti vengano attivati all’atto di ogni singolo passo; quando non si fa che quello per giorni ci si accorge che la scampagnata in mezzo ai boschi il primo maggio con annessa grigliata non è forse l’esempio più calzante di “camminata”. Un cammino necessita di preparazione mentale e, perché no, anche di un leggero allenamento fisico, e dico “leggero” perché non c’è bisogno né di sale pesi né di allenamenti al cardiopalma: basta la capacità motoria minima per riuscire a portare le bottiglie d’acqua dalla macchina a casa e le basi di uno stile di vita sano e regolare.
Che il non fumarsi mezza piantagione di tabacco al giorno sia uno dei presupposti fondamentali per affrontare il cammino non è sempre e da tutti tenuto in considerazione. Da buoni tabagisti potete anche avventurarvi zaino e cartine alla mano ma quantomeno non stupitevi se un ragazzetto tutto casa chiesa e salute vi supera fresco di gioventù e benessere; lui, oltre a preservare i suoi polmoni, per pranzo aveva una mela e il farro con le verdure.
Provo tuttavia una certa ammirazione per gli eroi che, nonostante gli evidenti limiti fisici dettati dall’uso inappropriato di alcol, fumo e panini con la cotoletta, sfidano la natura portandosi a casa un lungo cammino: ogni azione è tanto più eroica quanto più le condizioni al contorno sono sfavorevoli.

Ma torniamo a noi: camminare.
Per camminare servono le scarpe. E i piedi (non penso si possa definire “camminare” lo spostarsi lentamente da un punto all’altro facendo uso di mani, pinne o protesi. Per le prime si dovrà specificare “camminare SULLE MANI”, per le seconde penso si usi “cercare di camminare con le pinne”, più genericamente “arretrare goffamente” e per le terze si potrà semplicemente dire- con annessa lacrima- “anche quando la vita ti rema contro tu continua a combattere, fulgida farfalla”).

Consiglio di non soffermarsi troppo sulla scelta della calzatura perché, in ogni caso, le vesciche verranno e i talloni bruceranno; con una buona scarpa si può solamente limitare l’intensità di un male che sarà comunque pervasivo e costante e iniziare, forse, interessanti discussioni con esperti di vita sulle tomaie degli scarponcini Salomon.

Per quanto riguarda l’abbiglio consiglio meno cambi possibili: una maglietta è più che sufficiente e, dal momento che non si fa altro che sudare, non ha neanche molto senso lavarsela la sera, rischia di restare umida.
Dal momento che la maglia non viene lavata non trovo la necessità di lavare se stessi: se il cammino è un atto egoistico di riconciliazione col proprio io e con la natura, perché scendere a patti con l’igiene?
(Se invece si intraprende un cammino per conoscere persone e- perché no- un possibile partner è bene portarsi un cambio maglia, mutandine anti-brina e dell’olio d’oliva. Cercate di non fare troppo schifo!)

Fattore acqua: bere è importate, si sa, soprattutto nei cammini. La disidratazione, così come il digiuno, portano sì a stati mistici dell’essere e a visioni ultraterrene, ma andrebbero evitate sul ciglio di una scarpata.
Si può comunque provare una sensazione di simil agonia con i fagioli in scatola per una settimana; scordandosi la forchetta si può entrare in tutto e per tutto nel clima tribale di un pranzo paleolitico, usando le mani, foglie e le lingue porose di alcuni animali.
Ammetto, con leggera amarezza, l’utilità delle barrette che, danno -sì- un’aria capitalistica e tecnica al tutto, ma predispongono di un ottimo rapporto energia-peso; consiglio quelle con il riso soffiato verde e i semini glassati.

Per la tenda, a meno che non abbiate speso metà del vostro stipendio per una fantastica tecnica da 1 kg impacchettabile in 20 cm quadri, molto probabilmente dovrete fare i conti con un arnese fastidioso e ingombrante; ma ricordatevi, il cammino è fatica.
A questo punto, avendo riempito lo zaino con le scatolette, le barrette e la tenda, direi che si può tranquillamente ovviare il problema del materassino e del sacco a pelo sia perché anche volendo non ci entrerebbero, sia perché il freddo e la scomodità non saranno sicuramente il nostro problema: con dei cartoni si può creare un’ottima barriera per il freddo del terreno (vanno poggiati per terra, non mangiati!) mentre con un po’ di elemosina nei campeggi e nelle tende più attrezzate una copertina a sera la si rimedia.
Può aiutare in questo caso l’esser femmina e saper fare alcune moine tra cui occhi dolci, sorrisi beffardi ed elargire biscotti Lotus .
Altri utensili che potrebbero risultare utili ed entrare nei buchi creatisi nello zaino sono random:
– un coltellino, che non si sa mai
– uno spazzolino, per mantenere un minimo di finta dignità
– il dentifricio, di conseguenza (anche se, con un po’ di fantasia, si può riuscire a lavarsi i denti per almeno 4 volte senza mettere ulteriore dentifricio: basterà il vago ricordo mentolato rimasto tra le setole per rendere i vostri denti felici)
– un cappellino (che in realtà terremo in testa comunque e dovunque senza preoccuparci di metterlo nello zaino)
– un libro in una lingua straniera, per far finta di avere voglia di godersi una lettura in mezzo alle frasche
– un preservativo, per scaramanzia
– un peperoncino, per sicurezza
– qualche mono dose di latte condensato Nestle
e, come ultima goliardia
– il tappeto pieghevole del Twister con annesso tabellone
Meglio portarsi dietro oggetti potenzialmente inutili che potrebbero svoltare una serata piuttosto che cose sicuramente utili senza le quali proveremmo solo un leggero disagio. 

Dette queste essenzialità, poi bisogna camminare.
Guardarsi i piedi aiuta: mai alzare gli occhi verso l’orizzonte e scoprire la tridimensionalità dello spazio che si ha da oltrepassare. Se si incontrano dei bivi si può o consultare la cartina o andare a sentimento; l’importante è non finire come l’asino di Buridano: morto non sapendo che strada pigliare.

Con fatica, costanza e una buona dose di fortuna potrete forse arrivare alla meta.

Altea Bonatesta

Altea Bonatesta

Altea Bonatesta, classe 96, nasce, cresce e corre nelle ridenti campagne piemontesi. Dopo essersi laureata in ingegneria aerospaziale, decide che la stabilità di un lavoro pagato e indeterminato non fa per lei, per cui si trasferisce nella, ridente anch’essa, Bologna per studiare teatro.
Si occupa di attività che le fruttano molto danaro, come scrivere, recitare e tenersi aggiornata sul meteo.
D’altronde, cos’è la vita senza quel brivido che solo la precarietà può dare?

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